Allarmati dall’immigrazione come se fosse un fenomeno inedito dei nostri giorni, alziamo muri fisici e mentali nell’illusione di fermare la storia. Seneca riferisce che ai suoi tempi a Roma c’erano «più stranieri ed extracomunitari che indigeni e cittadini» (Consolazione alla madre Elvia 6, 5: plures [...] peregrini quam cives), che «incessante è il viavai del genere umano» (7, 5: assiduus generis humani discursus), che «le trasmigrazioni dei popoli altro non sono che esili collettivi (publica exsilia)»: per concludere che «tutto risulta da mescolanza e innesti» (7, 10: permixta omnia et insiticia sunt). Testimonianza ora confermata anche da un’analisi del DNA dei resti di oltre cento individui effettuata da un gruppo di scienziati in ventinove siti archeologici. La ricerca – alla quale la rivista «Science» anni fa ha dedicato la copertina – ci restituisce una Roma imperiale crocevia di civiltà, melting pot di etnie, una sorta di New York, dove confluivano genti dal Nord Europa, dal Vicino Oriente e dal Nord Africa: le stesse regioni da cui oggi arrivano gli immigrati. Con una differenza: la traversata del mare allora era, paradossalmente, meno pericolosa e l’approdo più sicuro.
Seneca, per rafforzare il proprio argomentare e al contempo per non smarrire il filo del grande racconto di Roma – di quella Roma che da homo novus lo aveva reso homo nobilis –, ancora nella Consolazione alla madre Elvia, non manca di ricordare che «l’impero romano ha come suo fondatore (conditor) non un residente, non un nativo (indigena), non un principe erede al trono (nobilis), bensì un esule (exul), un profugo (profugus) che aveva perduto la patria e si era portato dietro un pugno di superstiti alla ricerca di una terra lontana, sospinto dalla necessità e dal timore del nemico» (7, 7): Enea, il quale fonda la nuova patria trapiantando e innestando il proprio popolo troiano nel popolo latino, e creando in tal modo un genus mixtum , una stirpe meticcia, proprio come vorrà Romolo (Tito Livio, La storia di Roma 1, 8: sanguinem ac genus miscere).
Dello stesso segno anche la lezione biblica. Negli Atti degli apostoli (2, 1-11) leggiamo che il giorno di Pentecoste è accaduto un miracolo ‘traduttivo’, per cui tutti, Giudei e Gentili, si capivano gli uni gli altri parlando ciascuno la propria lingua. Gli apostoli all’improvviso parlano miracolosamente lingue a loro sconosciute ma comprensibili dagli esterrefatti pii uditori convenuti da ogni parte: «Li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa. Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo ammirare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio».
Noi oggi abbiamo bisogno di una sorta di Pentecoste “laica”, che ci consenta di capirci restando ciascuno fedele alla propria lingua, analogamente a quanto avvenuto nel giorno natale della Chiesa. Seguendo l’unica via possibile, il dialogo : da intendersi né come compromesso né come cedimento né come gioco al ribasso, ma come confronto impegnativo e anche lacerante nel quale incrociamo e attraversiamo (dia- , “attraverso”) la parola e la ragione (logos) dell’altro, il cui volto «introduce una nozione di verità» (Lévinas). Il dia - logo come nostra destinazione e soprattutto come nostro destino. L’alternativa alla Pentecoste è Babele (Genesi 11, 1-9): il miraggio e l’ossessione di una sola lingua imperialistica, “un solo labbro”, da parte degli appartenenti a un popolo che Dio punisce confondendo e disperdendo perché non si capiscano. Proprio la Pentecoste, l’anti-Babele, fa sì che le varie genti tornino a capirsi.
Miopi di fronte al domani e sordi alle voci nuove, pretendiamo che loro, “i barbari”, apprendano la nostra lingua e i nostri codici; perché noi non dovremmo apprendere la loro lingua e i loro codici?
Cos’è questa ricorrente nostalgia e utopia di una lingua sovranazionale, sia essa l’angloamericano o una sorta di novello esperanto o di redivivo panlatinismo?
Una lingua unica e internazionale, neutra e neutrale, è contro la storia e contro la natura dei singoli e dei popoli: è un crimine contro l’umanità perché ognuno, individuo o popolo, è dotato del proprio logos . È la lingua che fa l’identità di una persona, di un popolo, di una nazione.
Faremmo bene ad avvederci che il nostro destino s’intreccia con quello di chi sta arrivando sulle nostre coste: se non lo capiamo per convinzione, facciamolo per convenienza, come ci suggerisce Costantino Kavafis, perché loro, i “barbari”, ci stanno indicando la direzione del nostro futuro: «S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. / Taluni sono giunti dai confini, / han detto che di barbari non ce ne sono più. / E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? / Era una soluzione, quella gente» (Aspettando i barbari).
I.Dionigi, Magister, Laterza 2025, pp. 115-116.
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