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lunedì 6 aprile 2026

Interrogare intelligere invenire. Una citazione da "Magister" di Ivano Dionigi.

 
 
Allarmati dall’immigrazione come se fosse un fenomeno inedito dei nostri giorni, alziamo muri fisici e mentali nell’illusione di fermare la storia. Seneca riferisce che ai suoi tempi a Roma c’erano «più stranieri ed extracomunitari che indigeni e cittadini» (Consolazione alla madre Elvia 6, 5: plures [...] peregrini quam cives), che «incessante è il viavai del genere umano» (7, 5: assiduus generis humani discursus), che «le trasmigrazioni dei popoli altro non sono che esili collettivi (publica exsilia)»: per concludere che «tutto risulta da mescolanza e innesti» (7, 10: permixta omnia et insiticia sunt). Testimonianza ora confermata anche da un’analisi del DNA dei resti di oltre cento individui effettuata da un gruppo di scienziati in ventinove siti archeologici. La ricerca – alla quale la rivista «Science» anni fa ha dedicato la copertina – ci restituisce una Roma imperiale crocevia di civiltà, melting pot di etnie, una sorta di New York, dove confluivano genti dal Nord Europa, dal Vicino Oriente e dal Nord Africa: le stesse regioni da cui oggi arrivano gli immigrati. Con una differenza: la traversata del mare allora era, paradossalmente, meno pericolosa e l’approdo più sicuro. 
Seneca, per rafforzare il proprio argomentare e al contempo per non smarrire il filo del grande racconto di Roma – di quella Roma che da homo novus lo aveva reso homo nobilis –, ancora nella Consolazione alla madre Elvia, non manca di ricordare che «l’impero romano ha come suo fondatore (conditor) non un residente, non un nativo (indigena), non un principe erede al trono (nobilis), bensì un esule (exul), un profugo (profugus) che aveva perduto la patria e si era portato dietro un pugno di superstiti alla ricerca di una terra lontana, sospinto dalla necessità e dal timore del nemico» (7, 7): Enea, il quale fonda la nuova patria trapiantando e innestando il proprio popolo troiano nel popolo latino, e creando in tal modo un genus mixtum , una stirpe meticcia, proprio come vorrà Romolo (Tito Livio, La storia di Roma 1, 8: sanguinem ac genus miscere).
Dello stesso segno anche la lezione biblica. Negli Atti degli apostoli (2, 1-11) leggiamo che il giorno di Pentecoste è accaduto un miracolo ‘traduttivo’, per cui tutti, Giudei e Gentili, si capivano gli uni gli altri parlando ciascuno la propria lingua. Gli apostoli all’improvviso parlano miracolosamente lingue a loro sconosciute ma comprensibili dagli esterrefatti pii uditori convenuti da ogni parte: «Li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa. Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo ammirare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio».
Noi oggi abbiamo bisogno di una sorta di Pentecoste “laica”, che ci consenta di capirci restando ciascuno fedele alla propria lingua, analogamente a quanto avvenuto nel giorno natale della Chiesa. Seguendo l’unica via possibile, il dialogo : da intendersi né come compromesso né come cedimento né come gioco al ribasso, ma come confronto impegnativo e anche lacerante nel quale incrociamo e attraversiamo (dia- , “attraverso”) la parola e la ragione (logos) dell’altro, il cui volto «introduce una nozione di verità» (Lévinas). Il dia - logo come nostra destinazione e soprattutto come nostro destino. L’alternativa alla Pentecoste è Babele (Genesi 11, 1-9): il miraggio e l’ossessione di una sola lingua imperialistica, “un solo labbro”, da parte degli appartenenti a un popolo che Dio punisce confondendo e disperdendo perché non si capiscano. Proprio la Pentecoste, l’anti-Babele, fa sì che le varie genti tornino a capirsi. 
Miopi di fronte al domani e sordi alle voci nuove, pretendiamo che loro, “i barbari”, apprendano la nostra lingua e i nostri codici; perché noi non dovremmo apprendere la loro lingua e i loro codici?
Cos’è questa ricorrente nostalgia e utopia di una lingua sovranazionale, sia essa l’angloamericano o una sorta di novello esperanto o di redivivo panlatinismo?
Una lingua unica e internazionale, neutra e neutrale, è contro la storia e contro la natura dei singoli e dei popoli: è un crimine contro l’umanità perché ognuno, individuo o popolo, è dotato del proprio logos . È la lingua che fa l’identità di una persona, di un popolo, di una nazione.
Faremmo bene ad avvederci che il nostro destino s’intreccia con quello di chi sta arrivando sulle nostre coste: se non lo capiamo per convinzione, facciamolo per convenienza, come ci suggerisce Costantino Kavafis, perché loro, i “barbari”, ci stanno indicando la direzione del nostro futuro: «S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. / Taluni sono giunti dai confini, / han detto che di barbari non ce ne sono più. / E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? / Era una soluzione, quella gente» (Aspettando i barbari).
I.Dionigi, Magister, Laterza 2025, pp. 115-116.  

martedì 17 febbraio 2026

Politica in pillole.



Un libro geniale per progettare innumerevoli attività e laboratori di senso civico (non solo di educazione civica). 
Non è di recente pubblicazione, questo volume di Edizioni Usborne, e non so nemmeno se è ancora facilmente reperibile nelle librerie, ma di sicuro lo è nelle biblioteche. 
E' un pozzo da cui si può attingere tranquillamente a piene mani, perché molto rigoroso nei contenuti e alla portata di ogni target. 

Autore: Rosie Hore, Alex Frith, Louie Stovell
Traduttore: Paolo Antonio Livorati
Illustratore: Kellan Stover
Editore: Usborne
Anno edizione: 2018
In commercio dal 25 settembre 2018
Pagine: 128 p., ill. , Rilegato
ISBN: 9781474955287

martedì 27 gennaio 2026

È avvenuto, quindi può accadere di nuovo.

La celebre frase di Primo Levi "È avvenuto, quindi può accadere di nuovo", contenuta ne I sommersi e i salvati, costituisce un monito fondamentale sulla natura umana e la storia. Levi avverte che, poiché l'orrore della Shoah è stato possibile, le coscienze possono essere nuovamente oscurate e simili atrocità potrebbero ripetersi. 

La frase integrale recita: "È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire".


A partire da questo spunto di discussione, in classe si potrebbero attivare collegamenti con il nostro presente e con l'attualità. E di certo non mancherebbero argomenti ed esercizio del pensiero critico in un lavoro che, a partire dalla lettura del testo di Primo Levi, comprenderebbe la raccolta-analisi-confronto dei dati, la riflessione, il dibattito, la discussione. 
Un'attività di educazione civica, ma anche di orientamento, per imparare ad osservare con sguardo critico e a non perdersi in un mondo sempre più complesso (e sempre più ingiusto). 

martedì 4 novembre 2025

Sul 4 novembre

Ogni volta che, in classe, il discorso cade sulla prima guerra mondiale, sono solita dire ai miei alunni che in ogni città e in ogni paese d'Italia, anche il più piccolo, esiste un monumento ai caduti. Migliaia e migliaia di monumenti. Per far capire che ogni luogo è stato toccato dalla guerra e ha pagato il proprio tributo di sangue con le vite di giovani (talvolta giovanissimi) soldati caduti in battaglia. 
E se ognuno di noi, all'interno della propria famiglia, comincia a chiedere o a cercare, troverà sicuramente il ricordo di un nonno/bisnonno/prozio che ha partecipato a quella guerra.
Allora, attivata la curiosità, ecco che sarà interessante far sperimentare in classe un'attività di ricerca, magari a piccoli gruppi, attingendo alle preziose banche dati del Ministero della Cultura, approntate in occasione del centenario della Grande Guerra e relative alla catalogazione di parchi e viali della Rimembranza, monumenti e lapidi ai caduti: https://iccd.beniculturali.it/index.php?pageId=501
Le piste di ricerca sono oltremodo interessanti e comprendono:
  • schede di lapidi e monumenti ai caduti pubblicate su Catalogo generale, articolate per regioni italiane
  • percorsi tematici, utili per indagare l'argomento di ricerca sotto prospettive iconografiche, storico-artistiche, di storia locale
  • articoli redatti all’interno del "Progetto 500 giovani per la cultura" dai tirocinanti in ICCD e presso le soprintendenze territoriali.
  • mostre virtuali on line, in cui è, per noi, particolarmente degna di nota la sezione relativa ai Monumenti pugliesi in memoria dei caduti della Grande Guerra. Qui, navigando nel menù, all'interno delle Schede di approfondimento, sarà possibile ricercare il monumento di interesse e trovare informazioni riguardanti la localizzazione, la storia, la descrizione, l'autore, e le fonti documentarie. 
Quanto ai parchi della Rimembranza, oltre alla pagina dedicata https://catalogo.beniculturali.it/itinerario/parchi-e-viali-della-rimembranza, c'è un breve video narrativo-espositivo pubblicato sul canale YouTube dell'ICCD che ben si presta ad attività didattiche di riflessione-condivisione:


Un modo diverso di fare storia attraverso un lavoro di ricerca e di connessione con il proprio territorio, che non potrà escludere visite guidate e osservazioni sul campo.
Per capire il prezzo della guerra e il valore della pace.

lunedì 28 aprile 2025

Dall'intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia ufficiale in occasione dell’80° anniversario della Liberazione

Si apriva la stagione dei diritti umani delle persone e dei popoli, per prevenire i conflitti, per affermare che la dignità delle persone non si esaurisce entro i confini dello Stato del quale sono cittadini.
Non ci può essere pace soltanto per alcuni. Benessere per pochi, lasciando miseria, fame, sottosviluppo, guerre, agli altri.
È la grande lezione che ci ha consegnato Papa Francesco. Nella sua “Fratelli tutti”, ci ha esortato a superare “conflitti anacronistici” ricordandoci che “ogni generazione deve far proprie le lotte e le conquiste delle generazioni precedenti e condurle a mete ancora più alte…Non è possibile accontentarsi di quello che si è già ottenuto nel passato e fermarsi, e goderlo come se tale situazione ci facesse ignorare che molti nostri fratelli soffrono ancora situazioni di ingiustizia che ci interpellano tutti”.
Ecco perché è sempre tempo di Resistenza, ecco perché sono sempre attuali i valori che l’hanno ispirata.

venerdì 22 novembre 2024

Due monologhi interiori per il 25 novembre (scritti con l'aiuto di Gemini)

FRANCESCA DA RIMINI

Amor ch'a nullo amato amar perdona... Chi mai avrebbe potuto immaginare che un sentimento così potente potesse condurmi all'Inferno? Mi ritrovo qui, condannata all'eterna pena, insieme all'uomo che ho amato. Un amore nato in un soffio, sbocciato nell'ombra di un matrimonio combinato, un accordo tra famiglie, come se i cuori non avessero voce in capitolo. Gianciotto, il mio sposo, un uomo buono, ma così diverso da me. Paolo, suo fratello, l'anima gemella che il destino ci ha negato. La nostra storia è un monito, un grido silenzioso contro un mondo che costringe le donne a sacrificare la propria felicità sull'altare di convenzioni arcaiche. Eppure, anche nell'abisso, l'amore continua a bruciare. Caina attende chi a vita ci spense, gridiamo all'unisono, ma non c'è odio nel nostro cuore, solo un profondo dolore per un amore impossibile. In questo 25 novembre, vorrei che le donne di tutto il mondo potessero essere libere di amare, senza paura di giudizi o punizioni. Vorrei che l'amore non fosse più un crimine, ma un diritto inalienabile.

***

GIANCIOTTO MALATESTA

Caina attende chi a vita ci spense... Le loro parole mi rimbombano nelle orecchie, un'accusa che mi perseguita nell'eternità. Ero un uomo ferito, tradito nella cosa più sacra: l'onore. Come potevo accettare di condividere mia moglie con mio fratello? La rabbia mi ha accecato, mi ha spinto a compiere un gesto impulsivo, irreparabile. Eppure, anche io sono una vittima. Vittima di un sistema che mi ha imposto un matrimonio di convenienza, di un amore non scelto. Ora mi trovo all'Inferno, condannato a un'eterna sofferenza, eppure non riesco a provare rimorso. La gelosia mi ha consumato dall'interno, mi ha trasformato in un mostro. In questo 25 novembre, mentre il mondo si unisce per condannare la violenza sulle donne, io posso solo riflettere sul mio errore. La violenza non risolve nulla, anzi, la alimenta. Se avessi saputo ascoltare il mio cuore, forse le cose sarebbero andate diversamente. Ma è troppo tardi per i rimpianti.

***

Le parole di Francesca e Gianciotto ci invitano a riflettere sulla complessità della violenza di genere. Da un lato, abbiamo Francesca, vittima di un sistema che le nega il diritto di scegliere il proprio amore. Dall'altro, abbiamo Gianciotto, un uomo ferito che reagisce con violenza. Entrambi sono prigionieri di un destino che li trascina verso l'abisso. La loro storia ci ricorda che la violenza è un fenomeno con radici profonde nella cultura, nella società e nei rapporti di potere.

  • Art. 3 della Costituzione: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.  
  • Art. 29: Il matrimonio è basato sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a tutela dell'unità della famiglia.

Questi principi, in teoria, dovrebbero garantire alle donne una vita libera da ogni forma di violenza. Tuttavia, la realtà mostra come la violenza di genere sia ancora un fenomeno diffuso e radicato nella nostra società.

È fondamentale promuovere una cultura del rispetto e dell'uguaglianza di genere, contrastare gli stereotipi e garantire alle vittime la protezione e l'assistenza di cui hanno bisogno.

Noi ragazzi desideriamo avere genitori e adulti che ci sappiano trasmettere valori di uguaglianza e rispetto; adulti che ci insegnino comportamenti rispettosi e paritari, sia in famiglia che nella vita sociale. Noi ragazzi e ragazze dobbiamo capire che  rispettare gli altri è il primo passo per costruire una società più giusta e sicura.

domenica 17 novembre 2024

Las Mariposas. Alle origini della Giornata Internazionale del 25 novembre.

Rispondi. 

...PER CONCLUDERE (testo collaborativo redatto con l'ausilio di Gemini)

Il 25 novembre non è una data qualsiasi. È il giorno in cui ricordiamo il coraggio e il sacrificio delle tre sorelle Mirabal, conosciute come "Las Mariposas" (Le Farfalle). 
Patria, Minerva e Maria Teresa erano attiviste politiche dominicane che si opponevano alla dittatura di Trujillo. Purtroppo, il loro impegno per la libertà costò loro la vita: vennero assassinate il 25 novembre 1960.
La loro storia è diventata un simbolo universale della lotta contro la violenza sulle donne e per i diritti umani. In loro onore, l'ONU ha istituito il 25 novembre come Giornata Internazionale per l'Eliminazione della Violenza contro le Donne.
La poesia che state per leggere è ispirata proprio alla vita e alle parole di Minerva Mirabal, una delle tre sorelle.

Ventunesimo secolo. Sembra un'eternità.
Eppure, le nostre voci risuonano ancora.
Non siamo solo un ricordo, un nome su un calendario.
Siamo un grido, un’eco che si propaga.

25 novembre, un marchio indelebile.
Non solo una data, ma un simbolo di resistenza.
Un mònito per chi dimentica, un faro per chi cerca.
Un inno alla vita, alla libertà, alla speranza.

Le farfalle non si arrendono.
Anche frantumate, continuano a volare.
Nei nostri cuori, nei nostri sogni,
La loro eredità vive, pulsante.

Non più solo sorelle, ma un simbolo universale.
Un vessillo contro ogni forma di violenza.
Un monito per gli oppressori, un’ispirazione per gli oppressi.
Un futuro che si costruisce, mattone dopo mattone.

E così, ogni anno, il 25 novembre ritorna.
Non solo per piangere le vittime, ma per celebrare la vita.
Per ricordare che la lotta continua, che la speranza non muore mai.
Perché le farfalle, anche ferite, continuano a volare.

venerdì 13 ottobre 2023

venerdì 29 settembre 2023

Il cantico delle creature

mercoledì 18 gennaio 2023

Prima vennero...

Cos'è l'indifferenza?
Cosa significa essere indifferenti?
E qual è il contrario di indifferenza?

***
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, 
e fui contento, perché rubacchiavano. 
Poi vennero a prendere gli ebrei, 
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. 
Poi vennero a prendere gli omosessuali, 
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. 
Poi vennero a prendere i comunisti, 
e io non dissi niente, perché non ero comunista. 
Un giorno vennero a prendere me, 
e non c'era rimasto nessuno a protestare.
***
Quando i nazisti presero i comunisti,
io non dissi nulla
perché non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico.
Quando presero i sindacalisti,
io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.
Poi presero gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.